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  • Ultima modifica dell'articolo:18/08/2026

Un mobile acquistato oggi, una batteria per auto o una giacca potrebbero presto avere una propria scheda digitale consultabile con un QR code. Il digital product passport non è una semplice etichetta: è un insieme strutturato di informazioni che accompagna il prodotto lungo il suo ciclo di vita, dalla progettazione al riuso, fino al riciclo o allo smaltimento.

L’idea nasce da un problema concreto. Chi acquista, ripara, rivende, ricicla o controlla un bene spesso non dispone di dati affidabili sui materiali utilizzati, sull’origine dei componenti, sulle sostanze presenti o sulle possibilità di riparazione. Le informazioni esistono, ma sono frammentate tra fornitori, documenti tecnici, gestionali aziendali e certificazioni. Il passaporto digitale punta a renderle più accessibili e confrontabili.

Che cos’è il Digital Product Passport

Il Digital Product Passport, spesso abbreviato in DPP, è una raccolta di dati associata a un singolo prodotto, a un lotto oppure a un modello, a seconda delle regole previste per la categoria interessata. L’accesso avviene normalmente attraverso un identificativo univoco, come un QR code, un codice a barre evoluto o un tag RFID.

Il passaporto non coincide necessariamente con una pagina pubblica ricca di dettagli. Alcune informazioni possono essere consultate da chiunque, altre solo dal produttore, dalle autorità, dai riparatori autorizzati o dagli impianti di trattamento. La distinzione serve a conciliare trasparenza, tutela dei segreti industriali e sicurezza dei dati.

I contenuti variano in base al prodotto. In linea generale, un DPP può indicare composizione e peso dei materiali, presenza di sostanze rilevanti, provenienza di alcune materie prime, impronta ambientale, istruzioni per manutenzione e riparazione, disponibilità di pezzi di ricambio, conformità a requisiti tecnici e modalità di disassemblaggio. Può inoltre registrare interventi effettuati durante la vita utile del bene.

Non va confuso con un certificato di garanzia, con il manuale d’uso o con una dichiarazione ambientale. Può collegare anche questi documenti, ma ha una funzione più ampia: mantenere tracciabili informazioni utili per più soggetti e per più fasi della vita del prodotto.

Perché il passaporto digitale dei prodotti viene introdotto

L’obiettivo principale è favorire un’economia in cui i prodotti durino più a lungo e i materiali restino in uso il più possibile. Per raggiungerlo, servono dati affidabili. Un centro di riparazione deve sapere come smontare un apparecchio senza danneggiarlo; un riciclatore deve poter riconoscere le materie presenti; un acquirente di seconda mano deve valutare condizioni, interventi e compatibilità.

La Commissione europea ha inserito il DPP nel quadro più ampio dell’ecodesign per prodotti sostenibili. Il regolamento europeo sull’ecodesign per prodotti sostenibili, entrato in vigore nel 2024, crea la base per requisiti specifici che saranno definiti gradualmente per gruppi di prodotti. Non significa quindi che ogni oggetto venduto abbia già, o debba avere subito, un passaporto digitale.

L’applicazione dipende da atti successivi, categorie prioritarie e requisiti tecnici ancora in sviluppo. Tessili, elettronica, batterie, mobili, materiali da costruzione e alcuni prodotti chimici sono tra gli ambiti spesso considerati rilevanti, ma tempi e obblighi non sono identici per tutti.

Un caso con scadenze più definite riguarda le batterie. Il regolamento europeo sulle batterie prevede un passaporto per determinate batterie per veicoli elettrici, batterie industriali con capacità superiore a 2 kWh e batterie per mezzi di trasporto leggeri, con applicazione prevista dal 2027. Anche qui, il dettaglio operativo conta: soglie, soggetti responsabili e dati richiesti determinano se un prodotto rientra effettivamente nell’obbligo.

Quali informazioni può vedere chi usa un prodotto

Per il pubblico, il valore del DPP sta soprattutto nella possibilità di fare scelte meno basate su dichiarazioni generiche. Una persona potrebbe verificare i materiali principali di un capo, le indicazioni per lavarlo e ripararlo, la presenza di componenti sostituibili o le modalità di riconsegna a fine vita.

In un mercato dell’usato, il passaporto può rendere più verificabili alcune informazioni: data di produzione, eventuali riparazioni registrate, caratteristiche tecniche e compatibilità con ricambi. Questo non elimina il bisogno di controllare fisicamente il bene. Un QR code non certifica da solo lo stato reale di una bicicletta, di un computer o di un elettrodomestico usato. Può però ridurre l’incertezza quando i dati sono aggiornati e provengono da fonti affidabili.

Per le imprese, la quantità di dati potenzialmente utile è maggiore. Produttori e fornitori possono scambiarsi informazioni sulle materie prime e sui componenti; riparatori e riciclatori possono ricevere istruzioni tecniche; le autorità possono svolgere controlli più rapidi. Il vantaggio dipende però dalla qualità dei dati inseriti e dalla capacità dei sistemi di dialogare tra loro.

Come funziona nella pratica

Un’azienda crea l’identità digitale del prodotto e collega a essa i dati richiesti. Il supporto fisico può essere applicato al prodotto, all’imballaggio o ai documenti che lo accompagnano, secondo le regole della categoria. Quando il codice viene letto, il sistema riconosce l’utente o il suo livello di autorizzazione e mostra le informazioni pertinenti.

La parte più complessa non è stampare un QR code. È raccogliere dati coerenti lungo una filiera che può coinvolgere molti Paesi, fornitori e processi produttivi. Per un produttore di abbigliamento, per esempio, possono servire informazioni su fibre, tinture, filati, confezione e trattamenti. Per una batteria, diventano rilevanti anche chimica, contenuto riciclato, prestazioni, sicurezza e stato di salute.

Occorre poi stabilire chi aggiorna il passaporto dopo una riparazione, una sostituzione di componente o un cambio di proprietario. Non tutti i dati devono essere modificabili da chiunque. Se un registro è troppo chiuso, riparatori indipendenti e operatori del riuso rischiano di restarne esclusi; se è troppo aperto, aumentano i rischi di manomissione e diffusione di informazioni riservate.

I limiti da considerare

Il DPP può migliorare la tracciabilità, ma non garantisce automaticamente che un prodotto sia sostenibile. Un bene può avere un passaporto completo e restare difficile da riparare, energivoro o progettato per durare poco. La qualità dipende dai requisiti stabiliti per quella categoria e dai controlli sul loro rispetto.

Esiste anche un tema di costi. Le grandi imprese dispongono spesso di sistemi gestionali, personale dedicato e rapporti consolidati con i fornitori. Le piccole e medie imprese possono incontrare più difficoltà nel raccogliere dati, adeguare i processi e verificare le dichiarazioni ricevute. Standard comuni e strumenti proporzionati saranno decisivi per evitare che l’obbligo diventi solo un onere amministrativo.

Un altro limite riguarda la leggibilità. Una scheda con decine di indicatori poco spiegati può confondere invece di aiutare. Per chi acquista dovrebbero essere visibili poche informazioni chiare e verificabili; per gli operatori tecnici, invece, devono restare disponibili dati più dettagliati. La stessa interfaccia non può servire allo stesso modo entrambi i pubblici.

Cosa possono fare ora imprese e consumatori

Le aziende non soggette a un obbligo immediato possono iniziare da una mappatura essenziale: quali materiali e componenti utilizzano, quali dati ricevono dai fornitori, dove sono conservati e quali informazioni mancano. È utile anche distinguere tra dati tecnici, ambientali, commerciali e riservati. Prima di scegliere una piattaforma, conviene chiarire quale problema deve risolvere: conformità normativa, tracciabilità interna, assistenza post-vendita o valorizzazione del riuso.

Per i consumatori, la prudenza resta la regola migliore. Quando compariranno i passaporti digitali, sarà utile controllare chi fornisce i dati, quando sono stati aggiornati e se le dichiarazioni riportano informazioni concrete. Indicazioni su riparabilità, ricambi e materiali sono più utili di formule vaghe sulla sostenibilità.

Il passaporto digitale avrà valore non perché aggiunge un codice a un prodotto, ma perché rende più facile porre domande precise su ciò che si compra, si usa e si decide di far durare.

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